Il primo esperimento di opera-rock: Then an Alley

Il primo esperimento di opera-rock: Then an Alley

Il 17 maggio 1967 al Piper Club di Roma viene rappresentata Then an Alley [E poi una strada], conosciuta anche col nome di Opera beat, realizzata da Tito Schipa Jr.: è il primo esperimento al mondo di opera-rock. E' accaduto che Isabella Garolla trovasse nell'archivio del papà un pacchetto di foto tutte dedicate al Piper di Roma, ai giovani e agli artisti che lo frequentevano. Fra le più belle queste, che presentiamo nel nostro opuscolo, per gentile concessione di Tito. Ha il formato dei libretti d'opera che oggi non s'usano più - come i teatri non si frequentano, più per la noia dei programmi che per volontà del pubblico. L'opera rock portava in scena la vita quotidiana e ignota dei ragazzi, azzardava un percorso inedito e popolare. Federico Garolla che aveva fotografato tutto il bel mondo romano, era andato a ritrarre quel gruppo di giovani come se cercasse un'altra storia, altre atmosfere: di lì a qualche anno avrebbe smesso di…

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Giampiero Mughini: Addio gran secolo dei nostri vent’anni

Giampiero Mughini: Addio gran secolo dei nostri vent’anni

. Ho letto il tuo libro così diverso dagli altri. L'ho letto perché sei un amico prima di tutto. L'ho letto per intero, e questo non perché siamo amici. C'erano cose che sapevo e altre no, raccontate attraverso libri, oggetti, foto che hai comprato e custodito gelosamente nel tempo. E' avvincente questo modo di dire le cose che ti distingue da sempre. Credo che riconoscerei la tua scrittura fra tutte già a partire dall'orientamento: non dici mai cazzate. Per cazzata intendo l'opinione - opinare chiacchierare, stare sempre alla superficie del "si" dice "si" fa "si" pensa eccetera, quando le cose non importano e non c'entrano con la vita. Parli soprattutto di libri, delle idee e del lavoro che ogni libro preserva. I libri non sono mai cazzate anche quando sparano cazzate. . Parli di libri e non certo per spiegarli. Li metti in fila e di traverso in modo che si vedano coincidenze derive o divergenze - che non sono…

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Federico Garolla una dolce vita

Federico Garolla una dolce vita

Nello studio di Federico Garolla, proprio dietro la scrivania, era appesa una foto. Nella foto sono raffigurati 5 personaggi attorno a un cartello con la scritta «I cinque candidati alla querela con devozione». I cinque sono Patellani, Giancolombo, Paolo Costa, Franco Fedeli e Federico Garolla, all’epoca in cui lavoravano per la neonata rivista Le Ore, nel 1953. Negli anni Settanta diventerà una delle più famose riviste pornografiche ma allora era fra i giornali che partendo dall’attualità cinematografica sconfinavano nella storia del costume. Chissà perché “candidati alla querela”. Loro erano i fotografi nuovi, quelli che succedevano agli sperimentatori degli anni Trenta, i fotografi che facevano i primi “reportages”, quelli che attraverso le immagini dovevano non più ritrarre persone e paesaggi ma illustrare la cronaca e la storia. E’ l’epoca del “realismo” in arte e in letteratura come nel cinema, ma è anche l’epoca in cui la moda italiana si impone al mondo e l’economia avanza verso il boom che sarà degli…

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Dal Museo archeoideologico: “sghiribizzo aereo” di Osvaldo Peruzzi

Dal Museo archeoideologico: “sghiribizzo aereo” di Osvaldo Peruzzi

"Caro Armando - Non spaventarti, non si tratta del bozzetto per la copertina di «L'Ala d'Italia» è solo uno sghiribizzo aereo... Ti comunico che ho avuto in visione privata il primo numero di quest'anno di «L'Ala d'Italia» ed ho quindi provveduto per la ricopiatura della testata; tutte le altre modalità saranno rispettate. Quando avrò ultimato il lavoro debbo spedire alla redazione o a te? Attendo tue notizie e tuo passaggio. Alalà. Osvaldo - Livorno 7 maggio X". Siamo nel maggio del 1932: Osvaldo Peruzzi ha deciso definitivamente che sarà pittore e futurista. La prima esposizione si era svolta il 13 novembre 1931 a Milano, non in una galleria ma in una saletta del Bar Taveggia in corso Buenos Aires: 13 pastelli su carta di cui alcuni - incredibile - furono venduti. Ma il 1932 è l'anno decisivo, il punto di non ritorno: Peruzzi si laurea in ingegneria al Politecnico di Milano, prende in mano la vetreria della famiglia e diventa…

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Pasolini e il calcio: una foto di Federico Garolla

Pasolini e il calcio: una foto di Federico Garolla

E.B.: Senza cinema, senza scrivere, che cosa le sarebbe piaciuto diventare? P.P.P.: Un bravo calciatore. Dopo la letteratura e l'eros, per me il football è uno dei grandi piaceri. («Enzo Biagi intervista Pier Paolo Pasolini», LA STAMPA, 4 gennaio 1973). «In Italia c'è un'eredità nobile nel rapporto tra poesia, letteratura e calcio. Penso ad uno come Pasolini. Non c'è niente che spieghi Pasolini quanto il suo modo di giocare a pallone. Io l'ho conosciuto a Roma, a Porta Portese, su un campo il cui fondo era di carbon fossile» (Intervista di Lorenzo D'Alò ad Adriano Sofri). Pasolini quando da giovane giocava a pallone lo chiamavano "Stukas" e quei giorni li ricordava come i più belli della sua vita. Era un'ala destra (allora non esistevano gli "esterni"), e non smise mai di frequentare i campetti di tutte le periferie, anche quando fondò nel 1968 la nazionale "Attori e Cantanti" di cui fu capitano. In origine quella squadra era composta da Pasolini,…

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Dino Buzzati: Poema a fumetti

Dino Buzzati: Poema a fumetti

Molti dicono che via Saterna sia un vicolo nel centro di Milano. Altri sostengono che nemmeno esista. Per Dino Buzzati, che Milano la conosceva molto bene, era la via in cui si trovava un accesso all'aldilà. Io di Buzzati mi fido. Racconta di una porta che solo i morti possono trapassare. I morti e qualche predestinato o strano. Orfi è uno di questi, è un cantante beat, un idolo d'adolescenti, non un Claudio Villa. E non è che la veda sempre. La vede quando la sua Eura muore di un male oscuro: lei varca la soglia mentre a lui è impedito di passare. Orfi vorrebbe raggiunge Eura e riportarla alla vita. E allora canta. La canzone è tale che la bella portinaia gli apre e lo lascia discendere nell'Ade. O lui diventato musica può finalmente attraversare i muri? La discesa agli inferi ha qualcosa di straordinariamente erotico, forme bellissime di ragazze lo circondano e lo tentano. Come si fa a…

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Le macchine morte di Raun

Le macchine morte di Raun

Strana storia editoriale quella di Raun di Ruggero Vasari. Redatto tra il 1926 e il 1927, nello stesso periodo del film Metropolis di Fritz Lang, e qualche anno dopo il suo L'angoscia delle macchine e R.U.R. di Karel Capek, si inserisce nella riflessione sul macchinismo come destino dell'umanità che caratterizza gli anni Venti. In una lettera del 14 febbraio 1931, Vasari scriveva a Guglielmo Jannelli: "Carissimo Guglielmo… circa Marinetti, ti prego di non parlargli affatto di me. Egli ha dei gravi torti che non ha fatto a me e a Walden, ma direttamente al Futurismo. Desidero solamente che tu gli scriva subito per farti mandare o portare a Messina il manoscritto di Raun, che ti prego di leggere attentamente, dato che per ora non vedo nessuna possibilità di poterlo pubblicare. Ci tengo che ne abbia piena cognizione, perché in esso ho creato un meraviglioso mondo, che pure essendo al di fuori del tempo e della realtà, è così vivente e…

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Io viaggio solo con Munari. Le copertine di Munari per il Club degli Editori

Io viaggio solo con Munari. Le copertine di Munari per il Club degli Editori

Un libro al mese una copertina al mese. Per la collana che nata nel 1960 proponeva ristampe di libri da poco pubblicati, in una veste tipografica attraente a costi contenuti. Erano tutti rilegati in tela e dal 1960 al 1966 le sovraccopertine furono illustrate da Bruno Munari. Scorrendole una dopo l’altra si compie un viaggio nella grafica degli anni Sessanta e nella fantasia perché i titoli dei libri sono anche le chiavi di quelle opere d’arte quasi tutte in formato 21x27 cm. Si era alla vigilia del boom economico. Quei libri corrispondevano alle esigenze di chi non potendo permettersi edizioni lussuose poteva però aspirare a un minimo di decoro. Con quei libri i borghesi piccoli piccoli si portavano in casa una ricchezza d’arte che ai ricchi era ignota, rigorosamente offuscata da stupende edizioni di classici in carta india e illustrazioni perfettamente stampate di capolavori dei secoli passati. Grande Bruno Munari che hai portato la modernità con la sua bellezza nelle…

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Aeropoesia = Marinetti

Aeropoesia = Marinetti

"Le aeropoesie trovano nella Radio il loro veicolo naturale. Se invece vengono fissate sulla carta subito questa si muta in una volante e bene aerata pagina di cielo con purissime sintesi sospese e viaggianti a guisa di nuvole" (F.T. Marinetti, L'aeropoesia. Manifesto futurista). La prima apparizione del termine «aeropoesia» non è in un testo di Marinetti ma in un manifesto lanciato il 10 febbraio 1931 sulla rivista 'IMPERO ITALIANO di Roma da Elemo D'Avila con Alfredo Trimarco e un nugolo di giovani sconosciuti: Primo manifesto futurista d'Aeropoesia. E' però di Marinetti il manifesto ufficiale, del 30 ottobre 1931: L'aeropoesia. Manifesto futurista ai poeti e agli aviatori, pubblicato su LA GAZZETTA DEL POPOLO di Torino. Il testo fu ristampato su L'AVIAZIONE di Roma, l'8 novembre e su OGGI E DOMANI di Roma il 9 novembre. Seguirono numerose altre ristampe, almeno fino al 1935, quando il manifesto uscì in corpo al volume di Marinetti L'aeropoema del Golfo della Spezia, pubblicato da Mondadori.…

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Beat Generation 1944 – 1965 (dalla mia collezione)

Beat Generation 1944 – 1965 (dalla mia collezione)

Il termine «Beat Generation» l'ha coniato Jack Kerouac alla fine degli anni Quaranta. La parola «beat» ha diversi significati, è per esempio la prima parte della parola «beatitude»: "Non siamo dei bohèmiens, se ne ricordi. Beat vuol dire beatitudine, non battuto" dice Kerouac, citato da John Clellon Holmes nell'articolo «The Philosophy of the Beat Generation» (ESQUIRE vol. XLIX n. 2/291, febbraio 1958), e «Beatitude» è il titolo di una rivista beat nata nel 1959. Ma «beaten» vuol dire anche abbattuto, scoraggiato, alla deriva. «Beat» è anche battito, ritmo: poesia e musica. I «beats», o «beatniks» come verranno chiamati alla fine degli anni Cinquanta coniugando le parole «beat» e «sputnik», rinunciano al progetto di una vita dedita alla famiglia, alla produzione e al consumo, rifiutano il lavoro gli orari la fissa dimora, vivono da soli o in gruppo in qualche topaia metropolitana ma conquistano per se stessi uno spazio nuovo: la vita è nella strada - on the road - solo…

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