WIECHERT Ernst
(Kleinort, Germania 1887 - Stäfa am Zürichsee, Svizzera)
Ognuno. Storia d'un senza nome. Versione di Massimo Mila [Jedermann (Geschichte eines Namenlosen]
Luogo: Torino
Editore: Frassinelli Tipografo Editore
Stampatore: Tipografia Carlo Frassinelli - Torino
Anno: 1941 (20 maggio)
Legatura: legatura editoriale cartonata illustrata
Dimensioni: 18,7x13 cm.
Pagine: pp. 265 (3)
Descrizione: copertina illustrata a colori di Nico Edel (Aarau, Svizzera, 1901 - Torino 1971). Sovraccopertina e design grafico di Carlo Frassinelli (Alessandria 1896 - Torino 1983). Prefazione e traduzione di Massimo Mila. Prima edizione italiana.
Bibliografia: Mondadori 1959: vol. IV pag. 1161
Prezzo: € 80ORDINA / ORDER
Pubblicato per la prima volta nel 1932 è il racconto dell'esperienza della guerra, vista senza retorica e vissuta come un dovere: chi sopravvive e riesce a salvare la propria umanità è consapevole di aver portato a casa la parte migliore di sé.
"Uscito nel 1931, «Ognuno» (Jedermann, in originale) rappresenta il tentativo meditato, a oltre un decennio dagli avvenimenti che narra, di raccontare la trasformazione del mondo mentale di chi si dovette scontrare con la realtà feroce, squallida e priva di senso della Grande Guerra. Pochissime informazioni concrete di date e di luoghi fornisce questo testo, che intende invece seguire passo passo i pensieri ed il sentire - il flusso della coscienza, verrebbe da dire - dei suoi giovani protagonisti, la loro capacità non solo di sopravvivere ai pericoli della guerra, ma anche, e soprattutto, di resistere all'orrore, restando (o «diventando», poiché è questo, sebbene in un senso abbastanza speciale, anche un romanzo di formazione) uomini. [...] Il soldato che incontra la guerra, qui, è una sorta di esploratore immobile che entra in contatto suo malgrado con un mondo inospitale e del tutto inadatto alla vita umana, mentre la distruzione e l'orrore avanzano - misteriosi e inconoscibili - verso di lui, andando via via ad occupare spazi sempre più vasti del suo essere. Fin da subito il lettore si accorge che, in questa guerra, ciò che accade "dentro" è assai più significativo di quello che accade "fuori". [...] Ma presto anche l'orrore diviene spettacolo consueto e la patina dell'abitudine toglie ogni interesse a ciò che attornia il combattente. Lo spettacolo della guerra non possiede, nel racconto di Wiechert, alcuna attrattiva né intento drammaturgico, manca volutamente di qualsiasi meccanismo interno che lo giustifichi. [...] Se la guerra è terminata, non ha però trovato alcun significato, mancando in queste pagine, come detto, di qualsivoglia interesse e giustificazione retorica. Neppure il risultato finale del conflitto conta nulla, in una tale visione, al punto che nessuno, all'interno del romanzo, sembra preoccuparsi della sconfitta (cui, infatti non si fa alcuna menzione). E se i protagonisti dello scritto possono dirsi "cresciuti" e "maturati", al termine del loro percorso, lo sono non "a motivo", ma "a discapito" delle esperienze terribili che hanno vissuto. La guerra, qui, è un dis-valore che non sembra permettere alcuna dialettica con l'interiorità dell'uomo. Che può infine solo tornarsene a casa e cercare di riannodare i fili della propria esistenza. Così lasceremo al lettore la scoperta delle pagine finali del libro, non volendo mettere alcuna enfasi (come da più parti è stato fatto) sul valore esemplare dello scioglimento del dramma proposto dall'autore, poiché esso non trae volutamente linfa dalle esperienze della guerra (neppure i rapporti di amicizia stabilitisi tra i protagonisti possono entrare nella battuta retorica del cameratismo, essendo antecedenti al loro arrivo al fronte). Così le pur efficaci e poeticamente riuscite figure femminili della madre (Gina) e della fidanzata di Giovanni non hanno, né vogliono avere, alcun valore taumaturgico universale. E neppure il ritorno alla vita semplice della campagna dei protagonisti costituisce di per sé una soluzione valida per tutti. La guerra di Wiechert è evento sommamente negativo che ha lasciato ferite indelebili e tranciato fili; ad ognuno (ai singoli individui come alle intere società) è destinato il difficile compito di riannodarli, ricostruendo se stesso e il proprio progetto di futuro" (Dario Malini, «"Ognuno" di Ernst Wiechert» blog ARTE NELLA GRANDE GUERRA, 1914).
"La ruota del grande destino girava e li lasciava un po' da parte, colla loro vita apatica e sfinita e colla salma silenziosa sul piccolo carro. Non avevano altro avvenire che sotterrare questo cadavere e piantare sul luogo una croce. Non sapevano cosa avrebbero trovato all'interno. Credevano soltanto che sarebbe venuto il sonno, un profondo sonno senza fine, ma non sapevano se laggiù sarebbe sorto un nuovo mattino, una nuova vita, un nuovo lavoro. Non pensavano alla patria. La patria stava dietro a loro, sbriciolata in atomi, impallidita in scheletri, irrigidita in croci. Forse sarebbe sorta una nuova patria, forse si sarebbe usciti da tutto questo senza patria. Essi non lo sapevano e non volevano saperlo. Volevano conoscere la strada per arrivare al gran fiume e, se possibile, eseguire il comando del morto. Questo era il testamento che la guerra aveva scritto per loro. Essi non avevano nient'altro che un ordine, e un ordine era qualche cosa di più che guerra o pace" (pag. 234).
"Uscito nel 1931, «Ognuno» (Jedermann, in originale) rappresenta il tentativo meditato, a oltre un decennio dagli avvenimenti che narra, di raccontare la trasformazione del mondo mentale di chi si dovette scontrare con la realtà feroce, squallida e priva di senso della Grande Guerra. Pochissime informazioni concrete di date e di luoghi fornisce questo testo, che intende invece seguire passo passo i pensieri ed il sentire - il flusso della coscienza, verrebbe da dire - dei suoi giovani protagonisti, la loro capacità non solo di sopravvivere ai pericoli della guerra, ma anche, e soprattutto, di resistere all'orrore, restando (o «diventando», poiché è questo, sebbene in un senso abbastanza speciale, anche un romanzo di formazione) uomini. [...] Il soldato che incontra la guerra, qui, è una sorta di esploratore immobile che entra in contatto suo malgrado con un mondo inospitale e del tutto inadatto alla vita umana, mentre la distruzione e l'orrore avanzano - misteriosi e inconoscibili - verso di lui, andando via via ad occupare spazi sempre più vasti del suo essere. Fin da subito il lettore si accorge che, in questa guerra, ciò che accade "dentro" è assai più significativo di quello che accade "fuori". [...] Ma presto anche l'orrore diviene spettacolo consueto e la patina dell'abitudine toglie ogni interesse a ciò che attornia il combattente. Lo spettacolo della guerra non possiede, nel racconto di Wiechert, alcuna attrattiva né intento drammaturgico, manca volutamente di qualsiasi meccanismo interno che lo giustifichi. [...] Se la guerra è terminata, non ha però trovato alcun significato, mancando in queste pagine, come detto, di qualsivoglia interesse e giustificazione retorica. Neppure il risultato finale del conflitto conta nulla, in una tale visione, al punto che nessuno, all'interno del romanzo, sembra preoccuparsi della sconfitta (cui, infatti non si fa alcuna menzione). E se i protagonisti dello scritto possono dirsi "cresciuti" e "maturati", al termine del loro percorso, lo sono non "a motivo", ma "a discapito" delle esperienze terribili che hanno vissuto. La guerra, qui, è un dis-valore che non sembra permettere alcuna dialettica con l'interiorità dell'uomo. Che può infine solo tornarsene a casa e cercare di riannodare i fili della propria esistenza. Così lasceremo al lettore la scoperta delle pagine finali del libro, non volendo mettere alcuna enfasi (come da più parti è stato fatto) sul valore esemplare dello scioglimento del dramma proposto dall'autore, poiché esso non trae volutamente linfa dalle esperienze della guerra (neppure i rapporti di amicizia stabilitisi tra i protagonisti possono entrare nella battuta retorica del cameratismo, essendo antecedenti al loro arrivo al fronte). Così le pur efficaci e poeticamente riuscite figure femminili della madre (Gina) e della fidanzata di Giovanni non hanno, né vogliono avere, alcun valore taumaturgico universale. E neppure il ritorno alla vita semplice della campagna dei protagonisti costituisce di per sé una soluzione valida per tutti. La guerra di Wiechert è evento sommamente negativo che ha lasciato ferite indelebili e tranciato fili; ad ognuno (ai singoli individui come alle intere società) è destinato il difficile compito di riannodarli, ricostruendo se stesso e il proprio progetto di futuro" (Dario Malini, «"Ognuno" di Ernst Wiechert» blog ARTE NELLA GRANDE GUERRA, 1914).
"La ruota del grande destino girava e li lasciava un po' da parte, colla loro vita apatica e sfinita e colla salma silenziosa sul piccolo carro. Non avevano altro avvenire che sotterrare questo cadavere e piantare sul luogo una croce. Non sapevano cosa avrebbero trovato all'interno. Credevano soltanto che sarebbe venuto il sonno, un profondo sonno senza fine, ma non sapevano se laggiù sarebbe sorto un nuovo mattino, una nuova vita, un nuovo lavoro. Non pensavano alla patria. La patria stava dietro a loro, sbriciolata in atomi, impallidita in scheletri, irrigidita in croci. Forse sarebbe sorta una nuova patria, forse si sarebbe usciti da tutto questo senza patria. Essi non lo sapevano e non volevano saperlo. Volevano conoscere la strada per arrivare al gran fiume e, se possibile, eseguire il comando del morto. Questo era il testamento che la guerra aveva scritto per loro. Essi non avevano nient'altro che un ordine, e un ordine era qualche cosa di più che guerra o pace" (pag. 234).
