DA VERONA Guido
[Guido Verona] (Saliceto Panaro, Modena 1881 - Milano 1939)
I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni e Guido da Verona. Romanzo
Luogo: Milano
Editore: Società Editrice Unitas
Stampatore: S.T.I.G.E. Società Tipografica Italiana Grandi Edizioni
Anno: 1930 [ma 10 dicembre 1929]
Legatura: brossura
Dimensioni: 19,2x13 cm.
Pagine: pp. XXXII - 309 (3)
Descrizione: copertina illustrata con doppio ritratto fotografico in bianco e nero di Guido da Verona e Alessandro Manzoni. Libro osteggiato dal regime fascista e messo all'indice dalla Chiesa Cattolica. Prima edizione.
Bibliografia: N. D.
Prezzo: € 250ORDINA / ORDER
"Il 20 gennaio 1930 un distinto signore sta percorrendo via Bernardo Luini, a Milano, quando viene avvicinato da due giovani. – Lei è Guido Da Verona? – gli chiede uno. – Sì. – L’altro, alle sue spalle, gli sferra un pugno all’orecchio. L’aggredito, alzando le braccia, cerca di difendersi dai pugni e dagli schiaffi; accorre gente e i due giovinastri fuggono. Guido Da Verona ritorna alla Casa del Fascio, in Via Nirone – dove era appena stato per tentare, inutilmente, di farsi ricevere dal segretario, Luigi Franco Cottini – per denunciare l’aggressione; ma gli viene risposto che l’avvocato Cottini è già andato via. [...] Il fattaccio è il culmine di una campagna contro l’ultimo romanzo, appena pubblicato, di Guido Da Verona: «I promessi sposi» [...] Con tanto di doppio ritratto in cornici ovali: Manzoni a destra, Da Verona con uno dei suoi cagnolini a sinistra. Fare una parodia del padre linguistico della patria e del più grande romanziere cattolico italiano, quando il governo fascista aveva appena firmato il Concordato con la Chiesa, non era stata una buona idea: era stata una enorme gaffe. Da Verona si ritrova tutti contro: il Partito (nonostante lui fosse un fascista convinto), la Chiesa, la critica letteraria e, naturalmente, gli eredi di don Lisander. Le critiche si appuntano sui contenuti blasfemi (una profanazione letteraria, secondo il cardinale di Pisa, Pietro Maffi) e antitaliani (una continua beffa al film italiano, alla politica demografica, alla Fiera campionaria, alle sigarette di stato, alla quota 90, Cornelio di Marzio, Critica Fascista, gennaio 1930), nonché sulla mancanza di rispetto nei confronti di un padre spirituale della patria (truffa letteraria goffa, puerile, irrispettosa e scurrile, Enrico Manzoni, nipote dello scrittore). L’unico a toccare l’aspetto letterario è Adriano Tilgher, turbato da quello che è l’arbitrio assoluto, l’insensatezza della parodia daveroniana [...] C’è la stessa coerenza che si riscontra nelle filastrocche che recita Petrolini quando fa Fortunello. Lì si ride perché c’è Petrolini. Qui Petrolini non c’è. (Il popolo di Roma, 8 gennaio 1930.) Solo Marco Rambaldi ha il coraggio di difenderlo, sostenendo che I promessi sposi, grazie a Da Verona entrano nella parodia, e cioè definitivamente nella storia [...] No, Guido non ha arrecato ingiuria alla maestà di don Lisander per tre motivi. Anzitutto perché non era possibile; poi perché non ci aveva mai pensato e terzo perché Da Verona ha una sua dignità artistica che lo stesso dannato libro recente nella sua arguzia ardita ma vivida conferma. (La Stampa, 31 gennaio 1930). Qualcuno passa alle vie di fatto: l’8 gennaio 1930 una quindicina di studenti del Guf (Gruppo Universitario Fascista) impone al direttore della libreria dell’Unitas (la casa editrice), sita in Galleria Vittorio Emanuele a Milano, di togliere il libro dalla vetrina; vengono dispersi dalla polizia. La protesta, con un numero maggiore di facinorosi, si ripete il giorno dopo: tre di loro vengono portati in questura. Alla casa editrice viene imposto prima di cambiare la copertina del libro (su richiesta di Enrico Manzoni), poi di ritirarlo dalla circolazione. Guido Da Verona viene sospeso dall’albo dei pubblicisti lombardi e gli saltano un paio di contratti editoriali (Sebastiano Zanetello, «Alessandro Manzoni e Guido da Verona ovvero i Promessii Sposii - 4 (quelli proibiti)», 3 aprile 2013; dal blog «Stonato e senza biella»).
"Libro leggero [...] che non piacque ai fascisti perché il bel Guido li sfotteva, pur essendo stato un convinto fascista. Lui che era ebreo e sarebbe morto, forse suicida, dopo le leggi razziali, ottenendo dal regime una velina che imponeva ai giornali di minimizzare la notizia. Di suo Da Verona era una parodia di D' Annunzio: lusso donne levrieri. Comunque scriveva e vendeva. Un bestseller, non c' è dubbio. Sciogli la treccia, Maria Maddalena arrivò a 250 mila copie e così Mimì Bluette fiore del mio giardino. Ma I Promessi Sposi usciti nel ' 30 furono addirittura bruciati in piazza, con la complicità scandalizzata di certi devoti del Manzoni che invece si sarebbe divertito a leggere il suo romanzo in chiave di commediaccia novecentesca con Renzo che fuma le Macedonia e Lucia che racconta come don Rodrigo le dava passaggi in macchina, una Chrysler 70, per evitarle la lunga strada verso la filanda. All' insegna del pastiche e dell' anacronismo ne succedono di tutti i colori in allegro contrasto con la severità dei costumi manzoniani. Lucia si fa chiamare Lucette o Lucy e rallegra il bordello gestito da donna Prassede, Fra Cristoforo gioca in borsa e dà consigli al popolino, compare ad un certo punto persino Silvio Pellico seduto in un angolo che spera d' essere finalmente arrestato per scrivere il suo celebre libro Le mie prigioni..." (Paolo Mauri, «Il bel Guido da Verona e i suoi Promessi Sposi» LA REPUBBLICA, 30 aprile 2001).
"Libro leggero [...] che non piacque ai fascisti perché il bel Guido li sfotteva, pur essendo stato un convinto fascista. Lui che era ebreo e sarebbe morto, forse suicida, dopo le leggi razziali, ottenendo dal regime una velina che imponeva ai giornali di minimizzare la notizia. Di suo Da Verona era una parodia di D' Annunzio: lusso donne levrieri. Comunque scriveva e vendeva. Un bestseller, non c' è dubbio. Sciogli la treccia, Maria Maddalena arrivò a 250 mila copie e così Mimì Bluette fiore del mio giardino. Ma I Promessi Sposi usciti nel ' 30 furono addirittura bruciati in piazza, con la complicità scandalizzata di certi devoti del Manzoni che invece si sarebbe divertito a leggere il suo romanzo in chiave di commediaccia novecentesca con Renzo che fuma le Macedonia e Lucia che racconta come don Rodrigo le dava passaggi in macchina, una Chrysler 70, per evitarle la lunga strada verso la filanda. All' insegna del pastiche e dell' anacronismo ne succedono di tutti i colori in allegro contrasto con la severità dei costumi manzoniani. Lucia si fa chiamare Lucette o Lucy e rallegra il bordello gestito da donna Prassede, Fra Cristoforo gioca in borsa e dà consigli al popolino, compare ad un certo punto persino Silvio Pellico seduto in un angolo che spera d' essere finalmente arrestato per scrivere il suo celebre libro Le mie prigioni..." (Paolo Mauri, «Il bel Guido da Verona e i suoi Promessi Sposi» LA REPUBBLICA, 30 aprile 2001).

