DE DOMINICIS Gino
(Ancona 1947 - Roma 1998)
Nello studio di Gino De Dominicis da settembre 1997 a marzo 1998 [SICINIMOD ED]
Luogo: Modena
Editore: Editore Galleria d’Arte Contemporanea Emilio Mazzoli
Stampatore: NuovaLitoEffe - Castelletto Piacentino
Anno: 1998 (aprile)
Legatura: brossura muta a due punti metallici, sovraccopertina
Dimensioni: 30x21 cm.
Pagine: pp. 32 n.n.
Descrizione: sovraccopertina con titolo in nero su fondo bianco, 12 tavole a colori n.t. con la riproduzione di 124 piccole immagini disposte in numero di 9, 11 o 12 per pagina, tratte da scatti di polaroid. Seconda e ultima opera a stampa dell'artista (dopo il catalogo della prima mostra personale alla galleria L’Attico di Roma nel novembre 1969), pubblicata pochi mesi prima della morte. Libro d'artista pubblicato in occasione della mostra (Modena, Galleria d’Arte Contemporanea Emilio Mazzoli, 30 maggio 1998). Tiratura complessiva di 500 copie non numerate, gran parte delle quali ritirate da De Dominicis subito dopo l'inaugurazione della mostra per poi distruggerle. Esemplare in eccellente stato di conservazione. Edizione originale.
Bibliografia: N. D.
Prezzo: € 4000ORDINA / ORDER
Titolo in copertina, non riprodotto nella pagina/frontespizio iniziale: «SICINIMOD ED».

"Come tutte le storie che riguardano Gino De Dominicis, anche questa descrizione del libro dell’artista è lacunosa, forse inattendibile, comunque coperta da un velo di mistero. Proprio per questo è interessante cercare di ricostruirla. Nel 1998, in occasione di quella che sarà l’ultima sua mostra personale alla galleria Mazzoli di Modena - morirà nel novembre dello stesso anno - l’artista si convince a pubblicare il suo secondo libro. Il primo risale addirittura al 1970 pubblicato da Sargentini in occasione della mostra alla Galleria L’Attico di Roma. Porta in copertina la mitica riproduzione del «manifesto mortuario» stampato l’anno precedente. Catalogo (non libro d’artista) ricercatissimo e naturalmente introvabile, ma di cui tutto sappiamo e su cui il solito velo di mistero si è un po’ diradato. Tornando al 1998, De Dominicis decide di fare il libro, non certo un catalogo informativo (le sue opere non devono mai essere banalmente riprodotte) ma un oggetto editoriale più facilmente apparentabile alla categoria estetica del «libro d’artista». Tipologia anch’essa imprecisa che comprende lavori d’arte in forma editoriale. De Dominicis detta all’editore e allo stampatore alcune rigorose prescrizioni. Nel suo studio giacciono centinaia di fotografie polaroid scattate dallo stesso artista o dai suoi assistenti in cui appena si intravedono le sue opere, i suoi amici, i dettagli dello studio. In 11 di queste si intravede, o almeno pare, lo stesso artista. I quadri appena si percepiscono da lontano, ma molto più risalto hanno le persone, tutte donne. Qualcuno dice che alcune delle immagini furono scattate appositamente per il libro, comunque sono scelti 124 scatti che qui confluiscono, più un numero imprecisato di altro materiale non utilizzato. L’artista fissa la dimensione massima dell’immagine sulla pagina: un quadrato di cm 2,7 x 2,7, talmente piccolo da far distinguere con difficoltà il soggetto. Talune sono anche tagliate, al limite della leggibilità, impaginate all’interno di una griglia con 9 o 12 fotografie. Poi impone una stampa «non offset». Anzi chiede una cosa molto precisa: una stampa «technicolor». Naturalmente nessuno sa bene cosa sia una stampa technicolor. Il povero stampatore fa alcune prove con un mezzo tipografico oggi banale ma che quasi 15 anni fa era in fase sperimentale. Una stampa digitale fatta con le prime macchine disponibili. Fu trovato un pioniere del genere, a Parma, che si incaricò del lavoro. La scelta del non offset derivava dalla volontà di De Dominicis di avere colori «vividi e acidi», assolutamente non reali. Addirittura sono consegnate, per la riproduzione allo stampatore, non già le polaroid originali - la stampa sarebbe stata troppo precisa e nitida - ma le fotocopie a colori di queste. Anzi la riproduzione della riproduzione, tanto per perdere ulteriormente dettaglio e qualità ad ogni passaggio. Il processo di sottrazione di informazione continua in copertina. Non si sa bene quale sia il titolo, neppure compare il nome dell’artista. Solo il suo cognome posto in verticale ma scritto al contrario, dall’ultima alla prima lettera: «SICINIMOD ED». Esistono, a documentare il processo di costruzione del libro, alcune immagini (gli originali non sono ad oggi rintracciabili) del foglio di copertina manoscritto dall’artista e alcune prove a stampa con una variante del titolo e della bozza di impaginazione voluta dall’artista. Il libro è infine stampato, la mostra da Mazzoli si inaugura il 30 maggio 1998, quella sera poche copie del libro sono regalate ad amici. Pare che De Dominicis non volesse il libro in sala, portava i pochi fortunati nello studio appartato di Mazzoli dove avveniva la consegna rituale dell’opera. La sera stessa, terminato il vernissage, De Dominicis incomincia a rastrellare le copie che man mano spariscono. Facile insinuare che su queste copie si sia abbattuta la volontà distruttrice dell’artista. Da quella sera il libro non è più riapparso, molti lo cercano senza successo. Si può tentare un’esperimento interessante: digitare il titolo e il nome dell’artista su Google e il motore di ricerca, che tutto pretende di conoscere, rimane nudo, impotente ed incapace di dare qualsiasi risposta. [...] Appare ora una copia del libro in vendita, forse per la prima volta. Può un libro tutto sommato recente, di fattura non particolarmente preziosa, di aspetto duro sfuggente irritante, essere una delle più importanti testimonianze dell’arte del Secondo Novecento?". (Giorgio Maffei, «Gino De Dominicis. Piccola storia di un libro d'artista e del suo autore. Sicinimod Ed», testo pubblicato in occasione di «Artelibro. Mostra mercato del libro antico e di pregio», Bologna, 2011).

"L’esposizione modenese è la sola che, in tutta la carriera di De Dominicis, può dirsi dotata di un catalogo curato dall’autore, oggi introvabile (l’altro catalogo del 1970 [...] fu redatto, secondo quanto asseriva De Dominicis, da Fabio Sargentini). Per superare l'avversione alla riproduzione delle sue opere e alla creazione di un catalogo [...] De Dominicis ricorse a un geniale espediente: fece scattare alcune fotografie riproducenti gli ambienti e la vita ordinaria del suo studio di via di San Pantaleo nel 1997 e 1998 ove, inevitabilmente, comparivano anche le opere in lavorazione e l'artista al lavoro. Intitolò la pubblicazione «Nello studio di Gno De Dominicis da settembre 1997 a marzo 1998». Questo gli consenti di «riprodurre», seppure incidentalmente, le opere da destinare all'esposizione senza che potesse colpevolizzarsi per aver fatto fotografare le opere stesse in quanto tali. La sera dell'inaugurazione della mostra De Dominicis iniziò a ritirare i cataloghi e a distruggerli. Restano in circolazione, ormai come rarità antiquaria, pochissime copie appartenenti a quei fortunati che le ebbero durante la vernice, distribuiti con grande parsimonia dallo stesso autore nello studio privato di Emilio Mazzoli.” [Italo Tomassoni. “Gino de Dominicis. Catalogo ragionato”. Milano, Skira, 2011; pag. 582].

«Come di consueto appena Mazzoli ventilò l’opera di un catalogo fotografico che indicasse e mostrasse le opere in mostra, De Dominicis non ne volle sapere. Gallerista e artista ingaggiarono un interminabile braccio di ferro finché De Dominicis non disse di sì, a condizione che fosse lui a progettare e controllare la pubblicazione nel minimo dettaglio. Catalogo un corno. Ne venne fuori un fascicolo rettangolare di poche pagine, dalla copertina bianca e perfettamente vuota sulla cui sinistra è scritto «De Dominicis» verticalmente e all’incontrario. Dentro, su ciascuna pagina di destra, una costellazione da nove a dodici polaroid stampate tutte molto piccole. Da nove a dodici immagini, soprattutto di ragazze, angoli dello studio di De Dominicis, qualche sua opera ma riprodotta quanto di più minuscolo e come buttata lì per caso. Le otto ragazze che hanno fatto da modelle sono tutte ringraziate nel frontespizio [...]. E comunque da una tale e apparentemente casuale disseminazione di immagini, ne capisci di più della poetica di De Dominicis di quanto avresti capito da un catalogo [...]. Un De Dominicis fedelissimo a se stesso che diceva: «Io penso che le cose non esistano. Un bicchiere, un uomo, una gallina, non sono veramente un bicchiere, un uomo, una gallina, ma solo la verifica della possibilità di esistenza di un bicchiere, di un uomo, di una gallina” (Giampiero Mughini, «I 51 libri italiani più belli degli ultimi cento anni», in: «Una casa romana racconta», Milano, Bompiani, 2013; pp. 251-252).